Lui.

Lui.

Come al solito “mi butto via”, non sono mai stata una persona costante, nella vita, nell’amore, nel lavoro… forse negli anni ho imparato ad esserlo solo nel lavoro. Sono una stakanovista, faccio uno di quei lavori “alla moda” che molti invidierebbero ma che in realtà riesce spesso a toglierti il respiro e “gli attimi di vita”. Ma torniamo a noi, non sono qui per parlare di me, o almeno, non per farlo ora.

La loro storia è iniziata ormai 31 anni fa ed io sono il risultato “di quella storia”.

Era un’assolata estate in un anonimo paesino del sud, ma prima di parlarvi del loro incontro dovrei iniziare, almeno, a raccontarvi le loro vite.

Lui, A., aveva abbastanza anni per essere suo padre, lei, P., troppo pochi per diventare sua moglie. A. era nato durante la seconda guerra mondiale, ho sempre pensato che l’essere nato durante uno dei periodi storici più atroci che il mondo ricordi, abbia contribuito a formarlo come essere umano.

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Seconda guerra Mondiale, foto di repertorio.

 

Solare e camaleontico, gli occhi blu di chi aveva visto troppo, e un sorriso “storto” che lasciava un costante dubbio sulla sua sincerità. Era alto e amava la bellezza, in ogni sua forma. Il suo senso estetico e la sua ossessione per “la forma” erano in antitesi con le sue origini. Una famiglia umile e numerosa, la classica famiglia del sud, ancorata alle tradizioni e a quei cliché che per anno ho rinnegato ma che da quando A. è scomparso mi mancano come il sole.

Una vita piena, anzi, strapiena. Tendeva a riempire le sue giornate di emozioni uniche, forti, anche pericolose, per sfuggire a una monotonia meridionale che lo limitava. Odiava i cliché, le tradizioni e tutto ciò che rientrasse nell’accezione di “comune”. Ha iniziato presto a “dare problemi”. Rinchiuso all’età di 14 anni in un collegio cattolico, per placare la sua esuberanza, un collegio da cui è scappato troppe volte, fin quando, esausti, i genitori non lo hanno riportato a casa. Una passione per gli sport “particolari”, un premio regionale come lanciatore di disco gli assicura una cattedra come insegnante di educazione fisica nel collegio da cui, solo 2 anni prima, era scappato.

La serenità dura poco, A. non era fatto per la staticità, né per le relazioni a lungo termine, e così all’età di 20 “scappa”, scappa in una città che per lui rappresentava la libertà: la rossa Bologna.

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Sono anni spensierati, in cui si laurea, conosce alcuni dei suoi migliori amici, cresce ma non matura, impara a stare da solo ma non ad essere autosufficiente. La malattia della madre, dopo circa 10 anni, lo riporta nei luoghi da cui era scappato. Torna lì, dove tutto era iniziato, e decide di restarci. In fondo, i paesini del sud non sono così male. Ed è in qual periodo che, per tappare i buchi, inizia a collezionare “auto, armi, dipinti, libri” tutto ciò che gli permettesse di “andar via”, almeno con l’immaginazione, almeno per qualche ora al giorno.

Ha vissuto così fino a 52 anni. Ha vissuto così fin quando, in un’assolata estate del sud ha conosciuto lei, P. MIA MADRE.

 

 

L’amore arrivò vestito di bianco.

L’amore arrivò vestito di bianco.

Questo blog nasce esattamente 10 anni e 17 giorni dopo la sua scomparsa.

Nasce con l’obiettivo e l’obbligo di raccontare un amore.

Un amore troppo grande per non essere narrato, troppo intimo per avere dei nomi, troppo breve per avere dei ricordi.

Per paura che i pochi che ho fuggano via, come sabbia al vento, li scriverò qui; più per me che per voi.

E’ un blog egoista, necessario per superare, o almeno provarci, un dolore troppo grande.

Questo blog è per te che, 30 anni fa, entrasti nella vita di mia madre…vestito di bianco.